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ALDO TAGLIAFERRO E IL PERCHÉ DELLA FOTOGRAFIA
di Elena Forin

“(…) La metodologia che uso nelle mie analisi è un processo di rilevamento-rivelamento (…)”
Aldo Tagliaferro
 
Nell’affrontare il lavoro di archiviazione di un artista si rendono immediatamente indispensabili alcune riflessioni e alcune considerazioni sulla sua opera che ne motivino le necessità e che affrontino da un punto di vista globale le cause per cui si intraprende un percorso di studio scientifico organizzato.
Nel caso di Aldo Tagliaferro le motivazioni di questa operazione hanno diverse cause, una tra queste la sua recente scomparsa e la presa di coscienza di quanto il materiale raccolto dall’artista stesso come documentazione e ricerca fosse ampio e necessitasse di una sua organizzazione.
In secondo luogo, e in questo risiede il compito anche di chi scrive, per la volontà di fare luce su un capitolo dell’arte contemporanea del XX° secolo che è stato troppo a lungo tralasciato. Il destino di artisti che come Tagliaferro sono stati degli outsider rispetto ai gruppi o alle tendenze storicizzate dell’arte italiana, spesso è stato costretto ai margini, e questa analisi critica e filologica delle varie fasi della ricerca è volta a far emergere l’opera di questo artista dalla condizione di apprezzamento ristretto di cui abbiamo fatto cenno.
Il primo aspetto indispensabile per inquadrare il percorso di Tagliaferro porta subito al centro della questione che lo indica come un momento di particolare interesse nell’ambito della ricerca italiana ed internazionale.
Il suo utilizzo della fotografia lo colloca infatti certamente in un contesto particolare di ricerca data la predominanza di esempi legati alla pittura. Nella seconda metà degli anni ’60 tuttavia, si stava diffondendo anche in Italia una certa coscienza per i meccanismi di riproduzione dell’immagine, e movimenti come la Mec Art (cui peraltro Tagliaferro aderì) o il cinetismo e l’arte programmata, hanno certamente contribuito con grande forza ad una profonda revisione dell’immagine e dell’icona per anni portata avanti solo dalla pittura e dalla scultura. Questi artisti hanno invece cercato territori misti, hanno condotto il discorso misurandolo con l’evolversi della contemporaneità affinché l’opera aderisse al presente in un modo differente, forse più pratico e concreto, e mettendo in atto ciò che la generazione appena precedente (penso a Forma 1 o al MAC e al loro interesse per forme d’arte che andassero verso la concretezza) aveva teorizzato in pittura.
In questo senso pertanto l’esperienza di Tagliaferro è in linea con gli sviluppi nazionali e internazionali di maggiore rilievo.
Per quanto riguarda più strettamente la fotografia, in quegli anni chi vi si concentrava maggiormente apparteneva ai contesti più svariati, ma in generale si contraddistingueva per una particolare raffinatezza poetica, basti pensare a Fabio Mauri.
Forse il primo in Italia ad usare la fotografia era stato un grande maestro, Luigi Veronesi, che aveva sperimentato seguendo la chiave già indicata da Man Ray con i Rayoghraphs, e che aveva introdotto anche questioni legate al corpo dell’immagine.
In questi due termini credo risieda un asse importante della ricerca di questo artista, che pare aver indagato l’immagine intesa come un corpo soggetto a comportamento e a relazione con il mondo, e che funziona come una realtà autonoma, ma che anche sa tessere legami con lo spazio dell’opera e attivare riflessioni sul presente. Per Tagliaferro la fotografia è il mezzo che consente l’aderenza con il reale, ma anche quello che permette un ingresso veramente concreto nel mondo dell’immagine, che ne permette un reale avvicinamento alle questioni che la riguardano in quanto segno, forma e icona, e che ne permette lo studio in quanto strumento di rilevamento socio-politico.
La fotografia per Tagliaferro è una traccia del presente, e più che connotarsi in senso storico, la certificazione di verità che essa consente nel suo essere il prelievo di una porzione di reale, è funzionale ad una certa complessità di ricerca che pare ben sintetizzata nelle parole stesse dell’artista che qui in parte riportiamo, e che lega la natura dell’immagine a quella dell’individuo in un impasto unico che stabilisce la cifra più profonda della sua indagine.
“Il mio lavoro vuole essere una “registrazione” del comportamento dell’uomo e delle struttura nella quale è inserito.
Ho usato l’immagine fotografica perché è il mezzo più vicino alla realtà, “fissando ed evidenziando” dei “segnali” presi dal contesto sociale.
La metodologia che uso nelle mie analisi è un processo di rilevamento-rivelamento, costruito sulla realtà che cerco di restituire in senso critico (…) al fine di creare uno spazio di fruizione soggettivo più ampio.
Inoltre (…) uso delle soluzioni formali che tendono ad evidenziare la problematica.
Nel mio lavoro si possono evidenziare quattro modi di usare l’immagine fotografica – l’evidenziazione delle immagini recuperate per accentuarne il significato – l’analisi all’interno dell’immagine fotografica come superamento contemplativo – l’uso dell’immagine fotografica come registrazione di “eventi” – l’immagine fotografica come verificabilità della memoria”[1].


[1] Da “Annotazioni di lavoro”, scritti di A. Tagliaferro che accompagnano i suoi lavori. L’artista ha sempre accompagnato la sua ricerca con queste note molto chiare ed esplicative.
CLAUDIO ZILIOLI - ELLEN MAURER ZILIOLI

Lettera ad Aldo Tagliaferro post mortem, Brescia 12 Marzo 2011
Caro Aldo,
sono già due anni che non festeggiamo più insieme il nostro compleanno visto che eravamo nati a pochi giorni di distanza e mi ci è voluto tempo per pensare a queste poche righe e non è stato facile, ti vedo sempre vivo davanti a me con una forza eccezionale nonostante la gravi operazioni subite. Dopo il nostro primo ca…

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